Ebola in Congo: l’epidemia raggiunge comunità urbane e aree isolate

Written by on 11 Dicembre 2018

Ebola outbreak - Butembo

L’epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo continua a diffondersi e raggiunge le comunità urbane e le aree isolate

6 dicembre 2018- L’epidemia di Ebola continua a diffondersi in Nord Kivu, in Repubblica Democratica del Congo (RDC) e nelle ultime settimane ha raggiunto la città di Butembo e nuove aree isolate difficili da raggiungere, anche a causa del conflitto in corso. Finora il virus ha colpito 440 persone, di cui 255 sono morte. Le équipe di Medici Senza Frontiere (MSF) continuano a incrementare gli sforzi per aiutare a contenere il contagio.

L’epidemia in corso è la decima e la più grave mai registrata in RDC da quando il virus è stato scoperto nel 1976 vicino al fiume Ebola, nel paese allora conosciuto come Zaire. Quarant’anni dopo, nonostante una massiva e coordinata mobilitazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), del Ministero della Salute congolese e di organizzazioni medico-umanitarie come MSF, il virus mortale continua a diffondersi.

Le nuove aree urbane colpite sono la città di Butembo, quella di Kalenguta, 25 chilometri più a nord, e quella di Katwa, 30 chilometri più a est. In tutte queste località si registra un aumento di casi confermati e una certa resistenza da parte delle comunità. Per ora, i casi emersi al centro della città di Butembo sono limitati, ma stanno aumentando rapidamente nei sobborghi orientali e nei quartieri più isolati.

Siamo molto preoccupati per la situazione epidemiologica nell’area di Butembo dice Chiara Montaldo, coordinatore medico di MSF per l’emergenza Ebola. Sappiamo che questa epidemia sarà lunga e che dobbiamo aumentare i nostri sforzi per controllarla. D’accordo con le autorità, abbiamo preso la decisione strategica di estendere le nostre attività per essere più vicini alle popolazioni colpite e formare le persone chiave all’interno delle comunità per raggiungere i pazienti e i loro familiari.

Gli sforzi di MSF per raggiungere i pazienti sospetti nelle aree isolate hanno dato i primi risultati. Nuovi casi sono stati individuati e trasportati a Butembo, dove MSF gestisce un Centro di trattamento Ebola, in collaborazione con il Ministero della Salute, la cui capacità è stata recentemente aumentata a 64 posti letto.

Nel frattempo, per aiutare a contenere l’epidemia, MSF ha rinforzato le proprie attività di decontaminazione dei centri di salute che hanno ospitato pazienti infetti e di vaccinazione degli operatori sanitari impegnati in prima linea. Finora 2.000 operatori hanno ricevuto il vaccino per l’Ebola.

A Mangina, dove l’epidemia è iniziata, non sono stati riscontrati nuovi casi da diverse settimane. Dovremmo riuscire a terminare le nostre attività nel Centro di trattamento a breve dice Axelle Ronsse, coordinatore della risposta di MSF all’Ebola. A Beni, il numero di casi diagnosticati ogni settimana rimane stabile, anche se nuovi casi vengono confermati su base quotidiana.

Per contrastare questo fenomeno, abbiamo aumentato le nostre attività mediche aprendo un centro di transito con 48 letti che è sempre pieno dice Ronsse di MSF. Ma abbiamo anche rafforzato la formazione degli operatori sanitari e la sensibilizzazione delle comunità locali sulle buone pratiche igieniche. Quattro mesi dopo l’inizio dell’epidemia, siamo ancora impegnati e vigili per affrontarne i nuovi sviluppi.

Antoine si occupa delle attività di promozione della salute al Centro di trattamento Ebola di Butembo. Il mio lavoro quotidiano è essenziale per affrontare l’epidemia. Incoraggiamo le persone a venire a ricevere il trattamento al più presto. Diffondiamo anche il messaggio che guarire dall’Ebola è possibile. Chiediamo a ogni paziente sopravvissuto che lascia il nostro centro di diventare un ambasciatore e sensibilizzare gli altri raccontando la propria storia. I sopravvissuti diventati immuni al virus possono a loro volta offrire un prezioso aiuto, in particolare prendendosi cura dei bambini separati dalle proprie famiglie. È lavorando insieme che sconfiggeremo quest’epidemia. Riguarda tutti noi.

Le équipe di MSF hanno iniziato a rispondere all’epidemia di Ebola in Nord Kivu e nella vicina provincia di Ituri da quando è stata dichiarata il 1 agosto 2018. MSF gestisce un Centro di trattamento Ebola a Mangina, Butembo e Tchomia, un centro di isolamento a Bunia, e un centro di transito a Beni. MSF conduce anche attività di controllo, prevenzione e sensibilizzazione nei centri di salute e tra le comunità colpite.

È possibile sostenere l’azione di MSF contro l’Ebola al sito www.msf.it/emergenzaebola contribuendo all’acquisto di indumenti protettivi, trattamenti per la reidratazione, kit per febbre emorragica e al supporto delle attività di vaccinazione.

MSF è un’organizzazione indipendente che opera solo grazie al sostegno di privati.

L’Ufficio stampa di Medici Senza Frontiere
Francesca Mapelli, 349 8132110, francesca.mapelli@rome.msf.org
Sara Maresca, 346 6196480, sara.maresca@rome.msf.org
Maurizio Debanne, 348 8547115, maurizio.debanne@rome.msf.org

 

 TESTIMONIANZA

Un altro massacro chiamato Ebola

Chiara Montaldo, coordinatore medico di MSF per l’emergenza Ebola

Sono appena tornata dalla mia ultima missione nella regione del Nord Kivu, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Missione Ebola. La più grande epidemia di Ebola del Paese, un triste primato. Missione Ebola in una regione da anni martoriata da massacri ad opera di gruppi armati. Oggi la popolazione si ritrova a vivere un ennesimo massacro. Lo chiamano proprio così. Fino a ieri si rischiava di morire sotto i colpi di machete. Oggi, oltre a quel rischio, se ne è insinuato un altro. Invisibile. Eppure letale come il machete più affilato.

Un nuovo ruolo

Per la prima volta sono partita nella posizione di coordinatrice medica. Non ho lavorato in un progetto, ma ne ho coordinati diversi. Non ho conosciuto i dettagli di ogni centro, ma con la carta del Nord Kivu sempre davanti agli occhi, ho seguito lo sviluppo dell’epidemia per proporre interventi il più veloci possibili, per arrestarla o almeno contenerla.

Nei primi giorni non sono entrata nei centri con lo scafandro ma con rapporti, telefonate, e-mail che si susseguivano incessantemente. Al posto delle riunioni cliniche ho incontrato quotidianamente gli attori coinvolti nella risposta all’epidemia, per cercare di coordinarci in modo sinergico ed efficace.

È stato strano per me non conoscere il volto dei pazienti ma il loro codice. Ho cercato comunque sempre di saperne almeno il nome e l’età (oltre alla loro terapia, il dosaggio, gli effetti collaterali). Volevo che questi codici avessero un nome per me quando mi comunicavano l’esito della terapia, se ce l’avevano fatta oppure no.

Subito dopo aver inquadrato l’andamento dell’epidemia e del contesto, ho fatto il giro dei progetti per vederli di persona, per capirli dal vivo, per dare un volto ai rapporti e ai numeri.

Mi sono vestita per entrare nella zona ad alto rischio, con gesti ormai divenuti automatici, anche se non li facevo da un po’. 

Una volta vestita con la protezione totale, la coordinatrice del progetto, che si è vestita per entrare con me, mi ha detto: “Ora ci possiamo abbracciare”. È vero, nei progetti Ebola vige la “No Touch policy”. Non ci possiamo toccare. Non ci si dà la mano, non ci si sfiora, tanto meno ci si abbraccia. L’unico momento in cui si può è proprio all’interno del centro con la protezione totale.

L’epidemia che colpisce i bambini

Uno dei giorni più duri è stato quello in cui il primo messaggio della giornata mi annunciava la morte di Ddjojio, una bambina di 7 anni che ha lottato per 10 giorni come un leone. Quella mattina il mio pensiero è andato al villaggio di Mangina, al nostro centro e alla tenda di Ddjojio, il piccolo leone che non ce l’ha fatta.

In questa epidemia sono molti i bambini colpiti. Una settimana c’è stata una strana, triste coincidenza: 3 neonati sono stati ricoverati nei nostri centri lo stesso giorno, in 3 diverse città (Beni, Butembo, Mangina). Le 3 mamme sono morte prima che i loro figli compissero 2 settimane. Quei 3 piccoli corpicini erano ancora vivi, circondati da esseri in tute gialle e maschere che si prendevano cura di loro. La loro normalità era un mondo senza volti e un intenso odore di cloro.

Abbiamo tentato tutto. Gli operatori sono entrati giorno e notte per fare il possibile, cercando di dimenticare la morte delle madri. Non è stato facile perché sono morte di fronte a noi. Le abbiamo accompagnate fino alla fine. Il loro letto vuoto era ancora di fronte a noi. Il cloro ha cancellato il sangue, ma non il ricordo dei loro volti.

Cercando di non pensare alle statistiche che li davano per spacciati al 99%, ci siamo concentrati sui piccoli gesti che forse non salvano vite ma fanno la differenza, anche solo per un giorno, un’ora, un minuto.

Non avrei potuto immaginare che due di loro ne sarebbero usciti guariti. Christian, invece, non ce l’ha fatta.

Combattere Ebola in un clima di paura

L’epidemia, che sembrava alla fine, purtroppo si sta riaccendendo, con tutte le tensioni che vanno ad aggiungersi a quelle di un paese in guerriglia alla vigilia delle elezioni presidenziali, a un clima di sfiducia e di paura della popolazione. Per quelli di noi che hanno lavorato nell’epidemia dell’Africa occidentale 2014-2015, è ben viva la paura che questa in Repubblica Democratica del Congo evolva allo stesso modo. La speranza è che non succeda. Ci sono tante difficoltà che si aggiungono a quelle di una “normale” epidemia di Ebola.

Ma anche questa volta c’è la forza di questi team, composti dalle persone più diverse, dalle origini più disparate, ma con la stessa voglia di esserci, senza sabato né domenica, dimenticandosi anche di mangiare nei giorni troppo pieni.

Per frenare quest’epidemia. Perché non muoiano altre Ddjojo e altri Christian.

 

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