CSI LIVE a SPELLO | LIVE REPORT

Scritto da il 7 Settembre 2026

C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti – In viaggio – Tour 2026, 4 settembre, 2026, Villa Fidelia, Spello (PG).

Dopo un lungo weekend di digestione (e no, non mi riferisco alla nobilissima tradizione culinaria umbra) credo sia giunto il momento di dire la mia su quanto avvenuto a Spello venerdì scorso. Fuori, ma soprattutto dentro di me (e no, non mi riferisco alla nobilissima tradizione culinaria umbra).

Per togliere subito di mezzo una questione privata, è necessario mettere due punti fermi: per me, i CCCP sono il più grande gruppo italiano nella Storia. Non c’è competizione. Il podio, dal terzo posto in giù, è contendibile, perché la medaglia d’argento appartiene per forza di cose ai C.S.I.. Che poi, in entrambi i gruppi, siano presenti sia Giovanni Lindo Ferretti sia Massimo Zamboni è puramente incidentale (…).

Quindi, il mettersi in viaggio per essere parte della Storia — o di questa storia — era già di per sé una sorta di premio di consolazione, e fortuna che il premio principale ce lo eravamo già conquistato…

Perché parlo di premio? Bastava esserci venerdì sera per capirlo, quando, più o meno alla fine di ogni brano, da qualche parte, anche da lontanissimo, tra la folla si levava qualche

“grazie”

urlato a squarciagola, affinché i nostri eroi potessero sentirlo distintamente.

Ecco, la gratitudine, tra i 4.000 di Villa Fidelia, era il sentimento predominante. Non la nostalgia, non il desiderio di presenziare a tutti i costi, né tantomeno una morbosa curiosità. Pura e semplice gratitudine.

Qui le cose si complicano, perché quando si toccano certe note, l’oggettività viene meno, e la pelle d’oca offusca la capacità di giudizio. I primi brividi arrivano con l’intro “fuori campo” di Noi non ci saremo, ovviamente nella versione CSI, non eseguita dal vivo ma affidata alla diffusione dell’impianto, mentre uno ad uno i nostri eroi si dispongono sul palco, su un’unica linea o quasi.

Da leggere con voce da cronista del dopoguerra:

“Si dispongono, da sinistra a destra: Massimo Zamboni alla chitarra, Francesco Magnelli alle tastiere, fiancheggiato dal cantante e autore di tutte le liriche Giovanni Lindo Ferretti. A seguire Ginevra Di Marco alla voce, Gianni Maroccolo al basso e Giorgio Canali alla chitarra.”

In pratica, la formazione tipo della mia personale Nazionale Italiana Cantanti.

Vedendoli schierati, il pensiero non può che correre a quell’incredibile album che fu Epica Etica Etnica Pathos, che ogni persona di questo sciagurato Paese dovrebbe avere in bella mostra su uno scaffale. Il pensiero non può che tornare al momento in cui due entità fondanti della “nuova musica italiana cantata in italiano” — CCCP e Litfiba — si incontrarono, si mischiarono e diedero vita a una creatura nuova, che di lì a poco si sarebbe trasformata in C.S.I., complice lo sconvolgimento mondiale di quegli anni.

A chi non li ha vissuti, quegli anni, è francamente difficile spiegarli: la scena fiorentina da una parte, quella bolognese dall’altra, il punk filo-sovietico e la musica melodica emiliana, i cori russi, la musica finto-rock, il free-jazz-punk inglese… Spiegare invece le lacrime che sgorgano a catinelle mentre provi a intonare la prima strofa di Del Mondo assieme agli altri 3.999, forse, è impossibile. Perché quel mondo, o ciò che ne è rimasto, potrebbe crollarti tutto addosso. Lo capisci in quel momento, te lo comunica formalmente il groppo in gola.

Capisci anche che, in fondo, non importa. Se ancora non ti fosse chiaro:

“Il mondo percorrerà gli spazi di sempre per mille secoli almeno, ma noi non ci saremo”.

Ma andiamo con ordine. Dai Nomadi citati in apertura a In viaggio il passo è breve. Scontato, in un certo senso, dato che il brano dà il titolo al tour, ma da quel punto in poi la scaletta è una sequenza di colpi al cuore che alla fine ti lascia stremato, sanguinante ma felice. Avendo evitato accuratamente foto e video delle date precedenti sui social, scalette e selfie vari, stasera non so cosa aspettarmi, così ogni colpo va a segno. Ma è stata la decisione giusta, anche perché, quando si tratta di prendere coltellate, preferisco di  gran lunga incamminarmi da solo in un vicolo buio e godermi la lama che trafigge il cuore all’improvviso.

Così arriva Occidente che, si fa per dire, è quasi una ventata d’aria fresca prima della sequenza Del Mondo, A tratti, Inquieto, Cupe Vampe, Linea Gotica, che metterebbe al tappeto, se non il vecchio Mike Tyson, almeno il Federico Fiumani della copertina di Boxe.

Sul finale di Irata, Ferretti e Ginevra quasi inciampano, però provateci voi a cantare a due voci

“Ad onta di ogni strenua  decisione o voto contrario / mi trovo imbarazzato, sorpreso, ferito / per un’irata sensazione di peggioramento”

senza strozzarvi con la vostra saliva o, peggio, strozzarvi l’uno con l’altra.

Questa è la parte più intimista del concerto, quella che ti mette maggiormente alla prova dal punto di vista emotivo.
Così, quando a partire è l’iconica intro di Forma e Sostanza, è pura festa. Il coro

“Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio, m’aspetta”

non è solo l’urlo di una generazione, ma un rombo che scuote la terra fino a Foligno.

Brace è pura bellezza,

mai assillante né oziosa. Languida quando è ora e forte e lieve e austera.

Ed è tutto quello che c’è da sapere.

Quando Maroccolo imbraccia nuovamente il basso per introdurre Unità di Produzione, il ragazzo stonato alle mie spalle (che le ha cantate TUTTE) si gira verso l’amico e fa:

“Ma quanto è grosso ‘sto basso?”.

E quanto è vero.

Forse il segreto del successo dei C.S.I. sta anche qua: aver  fuso la tradizione melodica emiliana con i suoni industriali di  fine millennio. E se qui non c’è più il punk filo-sovietico dei CCCP, ora c’è Guccini che gioca a Tressette coi Nine Inch  Nails, sfidando Battiato in coppia con gli Einstürzende Neubauten.

Ferretti ci mette il carico da undici. Se fosse nato giusto qualche anno prima, forse il Lindo non avrebbe conosciuto per tempo certi suoni, e ora il suo nome starebbe a fianco a quello dei grandi cantautori italiani del XX secolo. Ce ne faremo ampiamente una ragione.

Del resto, la cover di E ti vengo a cercare non viene dal nulla. Del resto, anche Depressione Caspica e Montesole — tecnicamente — sono delle cover.

Del resto, anche chi non apprezza in toto Ginevra Di Marco deve ammettere che il canto mongolo di Matrilineare vale più di centinaia di altre carriere musicali.
Del resto, M’importa ’nasega.

È la fine del concerto e il colpo finale te lo dà quel “nessuna garanzia per nessuno” ripetuto all’infinito.

Non è la fine del viaggio, ma per ora la band saluta, le luci si accendono e il pubblico conquista le uscite, voltandosi indietro un’ultima volta per fissare lo splendore barocco di Villa Fidelia nella memoria.

Non è un addio, quello arriverà probabilmente con il nuovo anno. Allora ci volteremo indietro un’ultima volta per fissare nella memoria lo splendore dei C.S.I. La lente della storia ci aiuterà a comprendere ciò che è stato, ma è inutile chiedersi ora cosa sia successo alla musica italiana dal loro scioglimento.

Il fatto è che i C.S.I. sono qualcosa di irripetibile. Nel mondo.

Noi, per una volta nella storia, godiamoci il lusso di esserci trovati al posto giusto, al momento giusto.

Chi c’è c’è, e chi non c’è non c’è.

By Stax

 
 

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