Il fabulario dei Kiwi Cave
Scritto da Stax il 15 Novembre 2025
C’era una volta…
Quante saranno le favole che iniziano esattamente così? Migliaia, milioni? È proprio così che inizia Fabulario, album d’esordio dei Kiwi Cave, trio romano trapiantato a Milano. Della formazione fanno parte Francesco Chiapperini (basso, voce), Leonardo Arena (batteria) e Giacomo Gagliardini (chitarra e synth).
La voce narrante di Once Upon a Time, traccia d’apertura di questa opera prima, ci introduce nel variegato, multiforme universo della band.
È una vera e propria dichiarazione di intenti. Anzi, è piuttosto letteralmente un proemio, con tanto di invocazione alla musa Euterpe e un altrettanto letterale prologo, in cui vengono introdotti tutti i temi della raccolta.
Tutto ciò vi suona in qualche modo familiare? Bene, perché se è così avrete pane per i vostri denti e, soprattutto, miele per le vostre orecchie.

Il fabulario dei Kiwi Cave ha dunque inizio con un invito a lasciarsi cullare dal crepitio del falò e starsene rannicchiati ad ascoltare storie antiche come la voce che le declama.
“Relax, make yourselves comfortable, and let the music tell you a story —
because, if you ask me, it’s been far too long since someone told you one.”
Musica che si intreccia con una raccolta di favole scritte e immaginate dalla band… e che musica!
Appunto:
“Che musica?”,
direte voi. C’è un po’ di tutto, e soprattutto c’è di più.
Molto rock, ma anche funk, elettronica. Tanto, tantissimo progressive e tanta psichedelia.
Nei momenti più ispirati non è impossibile trovare echi pinkfloydiani in Fabulario, ma se proprio non volessimo arrischiarci a tirare in ballo certi monumenti, anche un parallelo con mostri più recenti — ma comunque sacri — come i Porcupine Tree ci può stare.
Su brani come Meet Me at the Lighthouse o Ocean Lady, ad esempio, lo spettro di Steven Wilson si manifesta in tutto il suo notturno splendore e, considerando che il buon Steven è ancora vivo, vegeto, lotta insieme a noi e al tempo stesso remixa qualsiasi cosa gli capiti a tiro… beh, il fatto che riesca a trovare tempo e modo di aleggiare tra le tracce di questo Fabulario lo possiamo considerare un vero e proprio imprimatur.
Il primo racconto è Bluesyd, un’inarrestabile cavalcata che si apre con quella che potrebbe da subito essere la mia strofa preferita di tutto l’album:
“Am I in the bus or in my bed? / No one knows, no one cares /
And why do I feel so cold if I’m a polar bear?”
Encomiabile quanto saggia l’idea di accompagnare l’album con i testi, perché — trattandosi di favole — com’è che si dice? Se non ti lecchi i polpastrelli girando le pagine del libro, godi solo a metà. O qualcosa del genere.
Meet Me at the Lighthouse è una vera gemma per gli amanti del prog più classico, con i suoi oltre sette minuti in cui strumenti acustici e raffinate armonie vocali si alternano a improvvise scariche elettriche, per risolversi in un finale orchestrale.
Se avete amato — e sinceramente mi sfugge il motivo per non farlo — In the Court of the Crimson King (dei King Crimson), potreste innamorarvi perdutamente anche dei Kiwi Cave.
Segue Faceless Man, sicuramente il brano più “diretto” della raccolta, dove il terzetto mette in mostra tutta la propria perizia tecnica e affiatamento. Lo fa con una leggerezza tale da far sembrare semplici anche i passaggi più impegnativi.
La già citata Ocean Lady ci riporta verso atmosfere più sognanti. Con la musica dei Kiwi Cave non ci sono compromessi: devi lasciare che ti trascini, come farebbero appunto le onde dell’oceano. La band ne è pienamente cosciente.
Non è un caso che la struttura dell’album segua il ritmo delle onde, accarezzandoti per poi schiaffeggiarti, o viceversa. Così come avviene in Taku, che parte con una ritmica tipicamente “bossa” per poi spalancare scenari neo-psichedelici.
Quanto agli orizzonti, all’ambizione del gruppo, qui viene da pensare che il viaggio intrapreso da Roma a Milano sia solo la prima tappa di un percorso che potrebbe portarli davvero lontano. Gli elementi per un successo sulla scena prog internazionale ci sono tutti. Del resto, diciamocelo, in questo settore noi italiani possiamo vantare una tradizione non indifferente.
Ascoltare Kiwi Suite (altrove riportata come Sailor’s Suite) per credere: in un certo senso, è come se i brani ascoltati finora avessero avuto come scopo principale quello di prepararci all’ascolto di quest’ultimo. (Eccezion fatta per la conclusiva … Happily Ever After).
Alle prime note di sintetizzatore della suite si consiglia di allacciare le cinture di sicurezza, e di tenerle allacciate per i successivi dieci minuti, perché il viaggio sarà come una corsa sulle montagne russe.
E vissero tutti felici e contenti, si diceva. Davvero tutti. Infatti, impossibile non citare anche gli splendidi musicisti che hanno reso questo viaggio ancora più affascinante: gli archi di Giacomo Mirra (primo violino), Elena Emelianova (secondo violino), Livia Iadanza (viola) e Francesca Taviani (violoncello), la voce aggiuntiva di Francesco Milione, i synth di Dario Roncolato, il piano di Giacomo Giulino e Larsen Premoli (anche impegnato con Hammond e Rhodes).
Questa raccolta di fiabe, quasi senza soluzione di continuità, è giunta alla conclusione. La voce narrante ci riporta al mondo reale:
“Children, open your eyes. You are home.”
Alla favola dei Kiwi Cave, a noi non resta che augurare il più lieto dei finali.

Sito: https://kiwicave.myportfolio.com
By Stax