Live Report: A perfect Circle – Ferrara Summer Festival 2026, 13 giugno 2026

Scritto da il 17 Giugno 2026

Ferrara Summer Festival 2026, 13 giugno 2026 Ferrara, Piazza Ariostea

Un tranquillo weekend di paura | Parte 1

Ovvero: della paura di non tornare e – ancor peggio – che siano weekend come questo a non tornare mai più (e invece…).

Diceva il Sommo Poeta:

“Ogni estate c’è un dilemma estivo…”

Nel caso di chi scrive, si tratta di scegliere tra le millemila opzioni live che ogni anno offre l’Italia di Nord, Sud e persino del profondo Est, oppure la sempre più desolante “offerta” dei festival romani. Dilemma, si diceva? Macché! Si parte, punto e basta.

Anche perché il biglietto per gli A Perfect Circle ce l’ho virtualmente in tasca dal lontano 2025. Qui potrei  aprire la prima parentesi, ma sto cercando di diventare una persona migliore. Quando poi, alla già ghiottissima offerta, si era aggiunta in apertura anche la combo A.A. Williams / Jehnny Beth, il misuratore di stress del mio wearable aveva cominciato a dare segnali impossibili da ignorare. Quando arriva giugno? Quanto ci vuole in auto da Roma a Ferrara? Lo Stretto di Hormuz verrà riaperto in tempo? Chioschetto o autogrill? E se uno volesse aggiungere una tappa intermedia all’andata o magari anche una al ritorno (spoiler alert)?

Ferrara, al solito, ti accoglie con ferrarese garbo e una piccola dose di sospetto. All’ingresso del festival, da una finestra uno striscione urla: “PIAZZA ARIOSTEA LIBERA”. Qui potrei aprire una seconda parentesi, ma ho iniziato un percorso di autocoscienza e poi, tempo neanche dieci minuti, sale sul palco A.A. Williams.

Nera, come uno stecco di liquirizia. Algida, come un ghiacciolo che si scioglie al sole. Magnifica. “I’m English, I’m not used to this.

Cinque soli brani. Dannazione, troppo poco! Un tempo che sembra passare velocissimo mentre con solenne lentezza scorrono For Nothing, Splinter e Poison. Nel suo chiudere il set con due brani intitolati Melt il primo ed Evaporate il secondo, io non riesco a non leggerci la voglia di mettere al più presto la pelle diafana al riparo dai raggi ultraviolenti.

Quoto:

“A.A. Williams evoca una pesantezza gloriosamente emotiva e di una maestosità sbalorditiva”.

Quanto è vero. Riesce persino a vincere la diffidenza dei più stolti tra gli avventori. Strano fenomeno: essi tendono a radunarsi sempre attorno a me. Immagino siano attirati dall’odore della mia pelle, sennò non si spiega. Sta di fatto che ogni estate le zone umide dove depongono le proprie uova ce li restituiscono a sciami sempre più infestanti e non c’è spray che tenga. A costoro dedicherò solo poche parole – le uniche che meritano – alla fine di questo report. Perché ho notato che l’apertura di queste parentesi mi fa apparire più grumpy di quanto già non sia.

È il turno di Jehnny Beth. Mentre do l’ultimo morso a  un panino da 15 euro (sì, avete letto bene), iniziano a diffondersi le prime note di Broken Rib. Titolo che suona esattamente come ciò che procurerei a tutti quelli  coinvolti in un simile oltraggio alla decenza e anche alla gastronomia, se solo il percorso intrapreso non mi impedisse di dare sfogo a certi istinti.

La setlist è anche in questo caso breve, ma decisamente più tirata. Esistono gli animali da palco e gli animali da festival. Jehnny Beth è la perfetta sintesi tra queste due  creature mitologiche. È un po’ come diceva il vecchio poliziotto in Blade Runner:

“Sai la Bella e la Bestia? Lei è tutte e due”.

Perché un conto è spadroneggiare sul proprio palco, un altro è mettersi in tasca un pubblico che in grandissima parte non è lì per te.

Di lei avevo – musicalmente parlando – perso le tracce dai tempi delle Savages, ed è un bel ritrovarsi. In un territorio se possibile ancora più “selvaggio”, una giungla sonora di cui lei è la regina indiscussa. Tra esplosive versioni di I Still Believe, No Good for People e una cover di Army of Me di Björk, non c’è un attimo di respiro, e sono in molti a chiedersi:

“Ma come è possibile tutto ciò con un paio di Louboutin ai piedi?”.

Non lo è, infatti saggiamente la nostra Jehnny se le sfila quando arriva il momento di lanciarsi sulla selva di teste. Perché ok il rock’n’roll, ma la sicurezza innanzitutto! Specie per le scarpe, perché là fuori c’è gente che sarebbe disposta a sfilartele mentre fai crowdsurfing e rivendersele pur di potersi permettere un cheeseburger e un pulled-pork.

“Posso fare tutto quello che fanno gli uomini, anche sanguinando!”

Amen, sorella.

A Perfect Circle.

A distanza di anni dal nostro primo appuntamento – e fu amore a primo ascolto – mi è ancora più chiaro il senso di questo nome, e spero con tutto me stesso che stasera non sia stata la chiusura di un cerchio, per quanto perfetto.

Dall’ultima volta sono passati ben otto anni. Ci sta che questo nuovo incontro abbia inizio con The Package. La canzone descrive una dipendenza chimica, più che emotiva, è vero, ma guai a sottovalutare gli effetti nefasti della seconda. Da parte mia, confesso candidamente di avere sviluppato nel corso degli anni una vera dipendenza dalla voce di Maynard James
Keenan, e ho sempre vissuto come un sollievo il fatto che dopo i Tool fossero nati gli APC e infine i Puscifer, perché “three gust is megl che one“, giusto? Tra l’altro, mi sarei aspettato un tour di questi ultimi a supporto dell’ottimo Normal Isn’t, piuttosto che l’ennesima rinascita della band creata da Keenan assieme al Maestro Billy Howerdel. Ma a chi non piacciono i regali inaspettati?

La sequenza Disillusioned, The Contrarian e The Doomed, tratte da Eat the Elephant, è uno spartiacque. Tre macigni lanciati sul pubblico, per spaccarlo in due. Chi è rimasto da questa parte, quella giusta, è ben ricompensato dalle splendide esecuzioni di Weak and Powerless e Rose, e da Gravity che, da sempre, spacca me in due.

“Calm these hands before they snare another pill / and drive another nail down another needy hole / Please release me.”

Ascoltandola – finalmente! – dal vivo, sembra di essere attraversati dalla lama di una ghigliottina, in verticale, dalla testa giù fino a terra. E se la recente Kindred, estratta dal Sessanta E.P.P.P, sembra all’inizio rimetterti insieme, è solo un’illusione. Come dev’essere un’illusione il fatto che lo Zio Maynard abbia in effetti superato i sessant’anni: la sua voce è più potente e cristallina che mai, l’intonazione incredibilmente precisa. È del tutto irreale.

Blue è una parentesi blu tra le parole Talk e Talk. Ora, tornate con me indietro nel tempo al lontano 2018, anno in cui uscì Eat the Elephant, ultimo full-length per i nostri eroi. Per caso ricordate chi occupava la Casa Bianca in quel periodo? Già, proprio lui. Perciò, provate a rileggere oggi il testo di TalkTalk. Naturalmente avrete bisogno di tempo, voglia, e soprattutto di un potente antiemetico a portata di mano. L’urlo di Maynard

Get the f*ck out of my way

ancora risuona nella testa, dove echeggerà per molti anni ancora.

La versione remixata di 3 Libras è un vero tripudio dove tutta la band è protagonista, e che band! Matt “Junk” McJunkins al basso, quel mostro di Josh Freese alla batteria e Greg Edwards dei Failure a sostituire brillantemente alla seconda chitarra e al synth James Iha, impegnato con gli Smashing Pumpkins. Ecco, se c’è una band che incarna al meglio l’antico concetto di “supergruppo”, quelli sono gli A Perfect Circle.

È il momento di The Outsider, accolta con un’ovazione dal pubblico, e di Counting Bodies Like Sheep to the Rhythm of the War Drums, il gemello crudele di Pet. Quest’ultima si rivela anche una perfetta introduzione alla nuovissima (e bellissima) Starless, singolo stand- alone che almeno per ora non sembra suggerire che ci sia un nuovo album all’orizzonte.

The Noose e Judith chiudono un concerto da cui davvero sarebbe stato impossibile aspettarsi di più. Al solito, poche, pochissime parole da parte di Keenan, maci siamo già detti tutto.

Quanto alle zanzare bipedi che continuano a infestare eventi e manifestazioni: non siete altro che un inutile ronzio, che sarà “rimosso in post” dal filtro dei ricordi.

Gli insetti, almeno, loro sono capaci di mordere. Voi no, siete solo rumori di fondo.

By STAX

 

 

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