Live Report: Gurriers + Maruja (Opening: Ultraglass) Hacienda, Roma

Scritto da il 21 Maggio 2026

Live Report: Gurriers + Maruja (Opening: Ultraglass) all’Hacienda di Roma

Mettiamola giù dura sin dall’inizio: ci sarà un prima e un dopo il live di apertura dell’Invincible Fest 2026 di giovedì scorso (14 maggio 2026), per svariati motivi.
Partiamo dalla location: se un certo tipo di proposta musicale, sfidando le consuetudini, riesce a dotarsi di spazi come l’Hacienda di Roma – che è un posto fico, lasciatemelo dire – allora c’è speranza. Se non altro, quella di rivedere nella Capitale concerti che generalmente hanno un’affluenza “media” ma che casualmente, sono proprio quelli che ci piacciono di più. Che sia stato un felice “incidente” di percorso (il festival era previsto inizialmente all’aperto e in tutt’altra zona) oppure no, l’evento è esattamente uno di quelli con tutto il potenziale per generare un circolo virtuoso per la scena live capitolina.

Prima di tutto, però, faccio pubblica ammenda e porgo le mie scuse ai nostrani Ultraglass per aver lisciato quasi del tutto il loro set, in apertura. Super-bravi, ma per banali questioni di tempistiche ho potuto ascoltare solo un paio di brani, sufficienti a confermare l’ottima impressione ricevuta all’ascolto “casalingo”.
A tal proposito, il virgolettato è d’obbligo perché appena scritto casalingo ho immaginato me in versione Freddie Mercury, con tanto di aspirapolvere, nel video di I Want to Break Free. Bruttissima immagine e che pochissimo ha a che fare con gli ottimi Ultraglass, a cui va il mio più sincero in bocca al lupo e un arrivederci a presto.
Nel frattempo cercateli in rete, perché meritano davvero.
I Gurriers, invece, li aspettavo al varco, dopo l’ottimo Come and See e soprattutto dopo essermi fomentato oltremisura con una loro ospitata TV dal buon vecchio Jools Holland, dove i cinque post-punkers irlandesi avevano messo a ferro e fuoco lo studio con una versione pazzesca di Approachable, tra l’altro uno dei momenti più intensi e partecipati della performance dell’altra sera. Feroci. Compatti. Seri. Incazzati. Spettacolari. Del resto il loro intento era stato chiaro sin dall’inizio:

“Nobody’s coming to save you…”.

Vederli padroneggiare palco e pubblico, specialmente in brani come Nausea o Des Goblin, introduce il secondo, importante motivo per cui questa serata è stata e sarà memorabile: i pischelli. Osservare il livello di partecipazione viscerale dei più giovani al concerto (o meglio ai concerti) mi ha fatto scendere più di qualche lacrimuccia (o forse era solo sudore, chissà). C’è un certo tipo di live – quelli a cui, ammetto, preferisco andare – che porta con sé un codice non scritto, un vero e proprio rituale storicamente legato alle scene punk, hardcore e metal d’estrazione più estrema. Ebbene, questa ritualità da qualche tempo ha subito una sorta di mutazione, probabilmente legata all’approccio di giovani band che tutto hanno nel loro DNA, tranne una mascolinità tossica. Qualche nome: Idles, Sprints, Ditz, gli stessi Gurriers, Deadletter e… Maruja!
Nei loro live si respira una connessione carnale, un’energia tribale e pulsante in cui prima o poi – credetemi, molto più prima che poi – qualcuno della band finisce inesorabilmente a fare crowd surfing sulle teste del pubblico. Condivisione totale. All’Hacienda giovedì si respirava a pieni polmoni il fatto che là sotto ci sia un bisogno vitale di partecipazione e fisicità. Il fatto, poi che sia l’artista di turno a cercare in modo quasi ossessivo il contatto fisico col pubblico, la dice lunga su cosa è diventato questo mondo. Magari, semplicemente, è solo un modo di dire

“Hey, siamo qui per te, togli gli occhi dallo schermo e vivi il momento”.

Perché (Oh mio Dio!) pare che esista una realtà, tridimensionale, persino fuori da smartphone e PC.

E a proposito di vibrazioni intense, eccoci al piatto forte della serata: i Maruja.

Maruja
Rivederli a un anno di distanza è stato in un certo senso come rinnovare una promessa, un po’ come si fa negli anniversari di matrimonio. Oppure, se di metafore nuziali in questo 2026 ne avete avuto abbastanza, ne userò una più “atmosferica”:

è stato come assistere al “periodico passaggio dell’uragano Maruja”,

certi che questa non sarà l’ultima volta – facendo tutti i debiti scongiuri.
Lo stesso vale, altrettanto certo, per ogni singola anima presente all’Hacienda. I Maruja, oggi più che mai e soprattutto dal vivo, sono una band necessaria, e ci sarebbe davvero poco da aggiungere rispetto a quanto scritto la scorsa estate (vai al link dell’articolo).
Forse basta solo notare come, in pochi mesi, il quartetto di Manchester abbia raggiunto una piena consapevolezza del proprio standing. Se qualche mese fa aprivano, con una sorta di “pudore festivaliero” il loro live con lo splendido crescendo di Invisible Man, oggi ti aggrediscono dalle prime battute, con veri e propri agguati a tutti e cinque i sensi, sganciando mine come Bloodsport e Trenches in apertura. Un “uno-due” micidiale, che Harry Wilkinson quasi anticipa prendendo scherzosamente a pugni le mani che si alzano dalle prime file. Così, giusto per  surriscaldare un po’ gli animi prima dello show. Animi che vanno letteralmente in ebollizione con la sequenza Break the Tension/Zeitgeist.
A quel punto non c’è altra scelta per il pubblico: andare definitivamente al tappeto o lasciarci andare.

Il sax di Joe Carroll è come la barca di Caronte che ci trasporta in un inferno che continua a sputarci fuori, quanto basta per essere felicemente travolti dalla prossima ondata di lava incandescente. Thunder, dal passato-se pure recentissimo-della band e soprattutto Saorsie sono un necessario attimo di respiro prima di tuffarsi nel vorticoso abisso di Invisible Man e Look Down On Us. L’abbraccio finale di Resisting Resistance chiude una serata davvero indimenticabile. Importante e necessaria. Sì, perché come si diceva all’inizio, ci sarà un prima o dopo. Un dopo che è tutto da scrivere, e i Maruja hanno già cominciato a farlo. Quanto ai pischelli, hanno dimostrato ancora una volta come questa città – nonostante gli acciacchi – non dimentica le leggi dell’ospitalità e quando si tratta di mostrare partecipazione non si tira certo indietro. Sicuro, ci saranno altre occasioni, perché “l’uragano Maruja” è destinato ad abbattersi di nuovo sulle nostre coste e ovviamente saremo lì, a farci felicemente spazzare via, per poi riemergere – si spera – più umani.

By Stax

 

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