Live Report: The Cure – Belsonic Festival, 28 giugno 2026

Scritto da il 1 Luglio 2026

Recensione: THE CURE

Belfast, Ormeau Park – 28 giugno 2026

 A night like this…

L’abbinamento viaggi e musica è sempre una carta vincente. Specie se il viaggio è in una città che trasuda storia, cultura e sofferenza. E specie se il concerto è quello di una band che da 50 anni continua a regalare ai suoi fan emozioni indimenticabili.

Siamo a Belfast, precisamente a Ormeau Park, una specie di Firenze rocks in miniatura situato a quaranta minuti di piacevole camminata dal centralissimo Cathedral Quarter. Qui si tiene il Belsonic festival, manifestazione estiva della capitale nordirlandese che quest’anno ne ha davvero per tutti i gusti, dai Def Leppard a Michael Bublé. Oggi tocca finalmente a loro, The Cure, e il sapore è ovviamente e squisitamente dark, malgrado le derive pop intraprese in momenti diversi della carriera della band, che sembrano monopolizzare la setlist di questo tour europeo. Ma ci sta, a quanto pare continuano a mietere nuovi fan anche tra il pubblico più insospettabile e, se mio nipote di 16 anni è arrivato a sostituire la trap con Boys don’t cry, ben venga la setlist da “karaoke”.

Con l’età, in effetti, The Cure sono diventati più leggeri, più desiderosi di giocare e questo è palpabile nel loro modo di stare sul palco, ma sono sempre loro, loro che ci hanno accompagnati nelle profondità della nostra anima, loro che la nostra anima l’hanno fatta a pezzi e poi ricostruita.

E la sensazione è che stasera vogliano delegare questo compito alle band di supporto: prima i Just Mustard, formazione dalle sonorità corrosive e ipnotiche, che da The Cure mutua le atmosfere oscure e sognanti; poi gli scozzesi The twilight sad, che quando li vedi live capisci perché zio Robert Smith li ami così tanto: bravissimi, dirompenti, solidi, oscuri, avvolgenti.

Poi, alle 20.30 precise gli headliner salgono sul palco, le note di Alone si levano nell’aria ed è subito magia. Robert Smith si affaccia timido, quasi in punta di piedi, con il suo incedere goffo e barcollante e lentamente, come assaporando ogni singolo istante, percorre il palco in lungo e in largo salutando la folla, che lo ricambia con ovazioni adoranti. Tutta la canzone è un lungo, unico abbraccio con il pubblico, che introduce un primo set di pezzi evidentemente selezionati ad hoc, nel vastissimo repertorio della band, con l’unico compito di scaldare l’atmosfera. E allora Pictures of you, High, A night like this, Lovesong si susseguono una dietro l’altra a ritmo serratissimo e io non posso fare a meno di guardarmi intorno e registrare le reazioni dei presenti. È strano, questo pubblico: dopo l’ovazione iniziale, l’entusiasmo si è spento quasi subito. Salvo qualche sparuto gruppetto di darkettoni della vecchia guardia, che canta a squarciagola levando adorante le mani al cielo, quasi tutti seguono il concerto con la loro birra in mano e senza tradire grosse emozioni. Chissà, magari è una banale questione di diverso approccio alle cose, che storicamente distingue i popoli latini da quelli nordici; o forse, è semplicemente il prezzo che gli entusiasti come me devono pagare per essere a un festival.

Di sicuro, la compostezza del pubblico non dipende da quello che arriva dal palco, anzi: perché a quasi 70 anni e con 50 anni di carriera, The Cure hanno un tiro pazzesco, la compattezza del loro suono è formidabile e la loro intesa è stupefacente, così come la voce di Smith, ancora cristallina e potente nonostante qualche accenno di stanchezza sui primi pezzi, subito recuperata una volta scaldata la voce. È un’emozione indescrivibile vederlo sul palco, gli iconici capelli e l’immancabile rossetto ostinatamente in bella mostra sui segni del tempo, ed è bellissimo vederlo scambiare larghi sorrisi e sguardi d’intesa con il bassista Simon Gallup, lo stesso con cui in passato venne persino alle mani, ma che è presenza irrinunciabile e forse più degli altri, insieme a lui, è il cuore pulsante della band.

Talmente irrinunciabile da coinvolgere in formazione il figlio Eden Gallup, che ha debuttato proprio in questo tour a coprire il ruolo che fu dello scomparso Perry Bamonte. Eden ha una presenza scenica discreta e svolge il suo compito in modo impeccabile, ma è evidente che si diverte assai e anche lui, in più di un’occasione, si rende protagonista di qualche siparietto ironico con “zio” Robert.

Il suono generalmente è buono e ben bilanciato, le chitarre avvolgenti e mai sature e la voce nitida, anche se in qualche passaggio preferirei una maggiore presenza di Roger O’Donnell, ma tant’è: anche il volume è buono e, tutto sommato, possiamo accontentarci.

La prima parte del concerto vede l’alternanza dei suddetti greatest hits a brani più eterei, come la bellissima The last day of summer, e qui gli urlatori da concerto danno ahimé il peggio di sé: da più parti, infatti, si levano gli schiamazzi di quei simpatici personaggi che approfittano dei momenti più morbidi per urlare al prossimo i loro affari privati, tanto da costringermi a cambiare più volte posto per godermi il pezzo con (relativa) tranquillità. “Il diverso approccio alle cose dei popoli nordici”, dicevamo. No, in effetti spiace constatare che, da questo punto di vista, tutto il mondo è paese.

Ma torniamo alla musica. Dopo una splendida versione di Push ci addentriamo nella parte più oscura della scaletta e lo sappiamo, è sulle ombre che The Cure danno il meglio di sé: un intervallo di note inconfondibile si leva nell’aria ed è subito A forest. Simon Gallup si fa strada, il basso incalza ossessivo nella sua corsa angosciante, mentre la scenografia si tinge di verde e tu sei completamente soggiogato e grato agli dei per aver donato al mondo questa band. A proposito, la scenografia è piuttosto scarna, solo due maxi schermi ai lati del palco e un grande schermo centrale su cui vengono proiettati,  alternativamente, momenti del concerto e immagini utili a sottolineare le diverse atmosfere dei pezzi in scaletta, che sono per il resto affidate a sapienti giochi di luce e colori. Ma il vero pugno nello stomaco è una lacerante versione di Cold, che arriva subito dopo, all’improvviso e del tutto inaspettatamente, una di quelle chicche estratte dal cappello a cilindro a ogni serata, a mo’ di sorpresa per il pubblico, che debutta in scaletta proprio a Belfast (l’altro debutto sarà Never enough).

Il prossimo pezzo si intitola Cold, spero vi piaccia

dice Robert Smith e ti chiedi perché l’abbia presentata, ma soprattutto perché l’abbia presentata così, quasi fosse un pezzo nuovo o sconosciuto. Perché Cold è un must, un pilastro, un pezzo di vita, chiedere se mi piaccia è praticamente una domanda retorica. E intanto gli urlatori seriali entrano in azione ancora una volta (naturalmente non per entusiasmo), ma le loro volgari e inutili chiacchiere non riusciranno a rovinare una delle emozioni più intense della serata. L’esecuzione del brano è una gemma, un’epifania, un momento catartico, le tastiere gelano davvero l’aria e penetrano, come lame di ghiaccio, “into my heart”. Che regalo mi avete fatto. Non faccio in tempo a riavermi, che From the edge of the deep green sea arriva di nuovo a stropicciarmi l’anima, “put your hands in the sky” diventa un grido collettivo e finalmente centinaia di mani si stagliano verso il cielo, e poi ancora One hundred years è un martello che risuona nelle orecchie e nello stomaco, mentre immagini di guerra e devastazione passano sullo schermo. E il cuore, ancora una volta, va in frantumi.

Dopo un’ora e mezza, con la splendida Endsong si chiude la prima parte del concerto.

Una fuga di soli due minuti nel backstage ed eccoli di nuovo sul palco, a celebrare la loro anima più leggera e perché no, ironica, con Lullaby che introduce le danze mentre la regia si sofferma su un fan in transenna vestito da Spiderman, che appare sullo schermo scatenando l’ilarità generale.

Tuttavia, la sensazione è che non sia un’auto celebrazione quella cui stiamo assistendo, né il compitino trito e ritrito di vecchie star annoiate: è una festa, pura e semplice. Una festa riuscita benissimo, anche grazie all’impeccabile organizzazione. E su questo vale la pena spendere qualche parola. Location facilmente raggiungibile, anche a piedi; niente token; tappi lasciati senza problemi sulle bottiglie; un tendone “lost property” dedicato agli oggetti smarriti; un’area ristoro costruita molto bene su percorsi obbligati “entrata”/”uscita”; gigantesche aree destinate ai servizi, ciascuna con un centinaio di bagni
chimici puliti e dotati di scarico e detergente per le mani (!); tante, tantissime persone coinvolte nella gestione e abbondante il personale della sicurezza. Forse potremmo imparare qualcosa.

Ma torniamo al concerto. Gli ultimi quaranta minuti sono un vero crescendo adrenalinico, dove la band infila una sequenza di pezzi che farebbe inorridire i puristi e che, però, è semplicemente irresistibile: The Walk, The lovecats, Friday I’m in love, Close to me, Why Can’t I be you? sono bombette che trasformano l’Ormeau Park in una gigantesca pista da ballo, l’entusiasmo è alle stelle e ora sì, che cantano e ballano tutti.

Il finale, neanche a dirlo, è affidato a Boys don’t cry… e si torna lì, dove tutto è cominciato.

Grazie per essere stati con noi sotto il cielo di Belfast

dice un Robert Smith visibilmente commosso.

Grazie a te, Robert. Grazie a voi.

by Annarella

 

SETLIST

    1. Alone
    2. Pictures of You
    3. High
    4. A Night Like This
    5. Lovesong
    6. The Last Day of Summer
    7. Burn
    8. Fascination Street
    9. Never Enough
    10. Push
    11. In Between Days
    12. Just Like Heaven
    13. Play for Today
    14. A Forest
    15. Cold
    16. From the Edge of the Deep Green Sea
    17. One Hundred Years
    18. Endsong

    Encore:

    1. Lullaby
    2. Wrong Number
    3. The Walk
    4. Mint Car
    5. The Lovecats
    6. Friday I’m in Love
    7. Close to Me
    8. Why Can’t I Be You?
    9. Boys Don’t Cry

 

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