Lucio Corsi a Roma, la recensione del concerto
Scritto da Agnese Valle il 23 Giugno 2025
UN CONCERTO IN MAGGIORE
Recensione Lucio Corsi live a Rock in Roma di Agnese Valle
Come procedere nel cuore della notte senza riferimenti?
Non importa che si tratti di lampade a petrolio, torce alcaline o lampadine a led, l’importante è rintracciarlo quel bagliore. In un momento povero di modelli, orfano di maestri, dove tutto è stato detto o fatto, imputabile diventa quel bagliore riflesso, che è ricerca, somiglianza, costruzione di un lessico familiare, non un parente subito ma un amico scelto.
È il 21 giugno, la Festa della Musica. L’Ippodromo al tramonto.
Il palco è un grande muro di amplificatori d’epoca e dalla rete pulsante di quello al centro palco si affaccia un braccio, poi una gamba, un manico di chitarra e poi lui, tutto intero.
Faccia e mani, questo è Lucio che con il suo corpo da folletto guadagna il proscenio e guarda davanti a sé un formicaio che urla il suo nome.
Il fiato mi si spezza tra i denti. Ci siamo capiti.
Me lo ricordo. Dieci anni fa, cinque anni fa, l’estate scorsa, in un piccolo localetto a Fiano Romano con i pochi di noi sfuggiti al caldo romano, curiosi di sentirlo in un’acustica serenata alla luna.
Meno di dodici mesi dopo siamo a Rock in Roma, c’è stato Sanremo, l’Eurovision e migliaia di articoli, interviste, battibecchi.
La riconosco quella faccia, e quelle mani. Riconosco quella gioia e quello stupore.
Inizia il suo concerto in Maggiore: energico, incalzante, vitale, sgambetta a più non posso sui tre piani del palco, si lancia tra la folla restando agganciato ad un cavo troppo corto che abbandona per liberarsi e navigare ancora un po’, libero, su di “un bosco di braccia tese” come direbbe l’altro Lucio. Si muove, anzi corre, dal piano all’elettrica, dall’armonica al canto e poi si ferma e svuota il palco per restare solo, alla luce di un piazzato, che lo vede imbracciare la sua acustica e cantare
Lepre con un filo di voce.
La capienza massima di palco conta 16 musicisti lui compreso: la sua storica band, una sezione fiati, coriste, percussioni e Tommaso Ottomano, che entra come ospite al brano che ha reso il giovane artista celebre al grande pubblico.
La chiama la Banda che porta la luce, citando il verso cult di Jack e Elwood, ed è proprio lì che sembra riportarci, nel sound dei Blues Brothers, nel rhythm and blues, nel rock ‘n roll, nell’energia di un rock d’autore, nella sua declinazione di Glam maremmano. Tutti i suoi padri putativi si affacciano con fierezza e verità in un sound di cui si riconoscono le origini ma che diventa autentico e unico perché vestito di un immaginario personale e che a nulla somiglia.
Il palco è casa sua, di qualunque metratura si tratti, ed è su questo privilegio antico che poggia l’intero spettacolo.
Si muove lungo tutto il suo repertorio, raccontando di amori perduti, prospettive rovesciate, ambizioni e indagando quel crinale sottile tra la pace e la noia, questioni profonde che indaga con lievità. Lucio, anche quando tocca questioni importanti, lo fa con il vestito della festa, non c’è lutto né cappello da cantautore ma un copricapo da giullare e una faccia dipinta di bianco.
by Agnese Valle
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