Recensione: Marilyn Manson, Roma 14 luglio 2026

Scritto da il 15 Luglio 2026

Marilyn Manson,

Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, Roma 14 luglio 2026 (Rock in Roma 2026)

Il Reverendo is Alive and Well

L’ultima volta che ho avuto occasione di vederlo fu a Capannelle. Il pezzo da stage che scelse all’epoca era The End e guardarlo sul palco, in effetti, fu un qualcosa che immagino non fosse così distante da ciò che videro gli spettatori ai concerti dei Doors, poco prima dell’esilio parigino di Morrison. Ventre gonfio, deambulazione precaria, capacità di articolazione ridotta la minimo, canto ridotto a lamento. Un’ora e mezza o giù di lì di disperazione catatonica (semicit.)

Quando il concerto si concluse, andai via con un blocco di travertino sulle spalle, scolpito a forma di punto interrogativo. 

Sarebbe sopravvissuto a tutto questo? Sarà la prossima rockstar, l’ennesima, della quale parleremo al passato, vittima dei suoi vizi e dei suoi mostri; quei mostri che pure conosciamo bene, perché li ha sempre invitati a tavola insieme a noi, ogni singola volta che ci siamo sfamati della sua arte. Brian sarebbe sopravvissuto a Marilyn? e a Manson? Ma soprattutto sarebbe sopravvissuto a Brian stesso?

La risposta è sì e tutti e tre pare vadano alla grande. E in una delle più altisonanti, longeve e liminali messe in scena di sempre, ieri si sono letteralmente fottuti il palco. Tutti e tre.

Era Brian quando ha scelto stavolta Bela Lusosi’s Dead per entrare in scena. Quel ragazzino che non ha mai smesso di dire No, in quella scuola cattolica e che la musica che avrebbe voluto ascoltare, l’avrebbe decisa lui e lui soltanto.

Era Marilyn quando si inchinava per accogliere l’applauso della Cavea SoldOut e mentre un po’ sfilava e un po’ ballava come una maledetta diva anni 50, su un red carpet.

Era Manson tutto accartocciato in una posa oscena su una piattaforma, a urlare tutta la sua rabbia tra uno sputo e un altro, come a dire

“però hai visto? il palato alla fine ha retto e te lo dico fratello: te l’avevo detto che le cose non sarebbero andate affatto bene nei prossimi anni.”

Il pezzo di apertura è la devastante Nod If You Understand, dall’ultimo One Assassination Under God Chapter 1. A fine mese uscirà il secondo capitolo del quale, online e ieri dal vivo, abbiamo ascoltato la buona Exit Wound. Un’altra Mattonata.

Disposable Teens irrompe nella Cavea. Ed è un attimo. Sono Appena finiti i ’90s, il bug era una bufala, Matrix ci ha obbligato a pensare e quei teens o poco più dell’epoca, che adesso teens non sono più, stanno davanti a lui ad alzare il muro del suono del

Yeah! Yeah! Ye-Ye-Yeah! You say You Wanna Revoltution, Man.

Ma decisamente non è quella ci aspettavamo, eppure ripeto, aveva provato ad avvisarci.

Antichrist Superstar compie i suoi stramaledetti 30 anni e ce lo ricorda con Angel With the Scabbed Wings. A quel punto ho iniziato a smaltire la botta da inizio concerto e noto che oltre a tenere il palco da paura, a cantare bene (lo dico adesso, poi non lo dico più perché devo: non è che l’aiutino delle sequenze non lo abbia sentito, ma davvero va bene così. Alla fine non stiamo ascoltando nè Mahler nè i King Crimson, però per onestà intellettuale tocca dire le cose come stanno) anche la band va alla grande. Non è una macchina di precisione ultrasvizzera ma la pezza sonora che alzano è il focus. E noi quella volevamo.

Due capitoli su tre della trilogia dei ’90s che lo rese il Worldwide Public Enemy No. 1, sono andati e come era lecito aspettarsi dopo, Holywood e Antichrist è il turno di Mechanical Animal. Quello che però non era prevedibile è che arrivasse con una versione di Great Big White World totalmente devastante, altro che lecita e anzi decisamente illegale. Bowie è stato sempre un suo faro, a cominciare dall’emulazione posticcia eterocromica sin dagli esordi. Nessuno dei suoi lavori è legato a Bowie, più di quanto lo sia Mechanical, a cominciare dalla creazione di Omega, versione alienata ’90s di Ziggy. Eppure vederlo reggere sul palco questo pezzo raccogliendo il testimone di decine di artisti, Bowie su tutti, che nel secolo scorso hanno scolpito la storia della musica, ha un effetto dal vivo dirompente. E mentre lo vedevo pensavo è un frontman. E’ uno di loro. Di quelli che ti tengono sul palmo della mano e ti obbligano a tenere gli occhi incollati come mai nessuna AI sarà in grado di fare. Semmai il dubbio è cosa ne sarà di questo ruolo, quando saranno sparite le generazioni che hanno visto e imparato dai grandi.

Mentre mi perdo in questi pensieri, gli indugi sono rotti, gli argini sono saltati e le barriere che dovevano reggere non hanno retto e così This is the New Shit.

Inutile dire che su quel

Do We get it?

il No è arrivato fino in cielo, mentre sul

Do You want it?

lo Yes l’ha fatto tremare. 

Il sex, sex, sex, invece, lo abbiamo sussurrato insieme a lui che agitava la mano a una velocità assurda, un po’ direttore di orchestra, un po’ di diva che si asciuga il trucco. Dicevo prima. Liminale.

30 anni sono tanti assai per Antichrist e quindi ci ripesca all’amo con Dried Up, Tied and Dead to the World, chicca vera ancora intrisa di quel potere corrosivo che erano riusciti a mettere in musica insieme a Trent Reznor, appunto 30 anni fa.

Exit Wound fa la sua figura e mi fa sperare in un altrettanto buono Chapter 2  fine mese. Ma perdonatemi la pochezza di dettagli, avendo sbirciato la scaletta sapevo cosa sarebbe arrivato poco dopo ed ero in totale ansia anticipatoria.

Per The Nobodies indossa una specie di carogna pellicciata sulla spalla e ci racconta ancora e ancora una parte del male vestito a stelle e strisce. Ci riporta a Columbine ed è drammatico e frustrante osservare che nulla è cambiato. Anzi se possibile è peggiorato. E si accora e si contorce ancora nel cercare di dircelo che questa cosa è fuori di testa. Ma tant’è.

Il più è andato è adesso è il momento di Brian. Negli anni ’90 introduceva I Don’t Like the Drugs (but the Drugs likes Me) con un monologo circa un sogno dove alla meno peggio il cielo era fatto di LSD. Ti raccontava che alla fine i poliziotti lo portavano via, ma il finale del sogno, era talmente inaspettato, oltre che osceno, che quando il pezzo partiva era un delirio.

Adesso Brian è invecchiato quindi niente monologo ma nemmeno niente pezzo perché lo interrompe dopo qualche battuta e alla fine ci ripensa e il monologo arriva. Stavolta è un monologo diverso. E’ invecchiato e quindi ci racconta di come è caduto. Ci dice che era arrivato davvero fino in cima, quasi a sfiorare il paradiso per lasciare questo mondo ma poi è caduto schiantandosi. Ma si è rialzato e non nega le sue passioni ma dice che siamo fortunati; un qualcosa che suona come

“non abbiate timore, l’ho fatto io per voi”.

Ci dice che siamo fortunati perché lui sia chiama Marilyn Manson ed è lui la nostra fottuta droga.

E quindi The Dope Show in intrufola nelle nostre orecchie e tutta la cavea prende quella colorazione rosa sexy shop, oscena e delicata. Il pezzo si arrampica a livello sottocutaneo svolgendo esattamente il compito che svolge da quasi 30 anni. I pensieri si confondono e finisci per partecipare all’ammucchiata dei suoni che ti si prefigurano in testa. Sessuale ed esagerata ma onesta e sincera; non come quando Taylor Swift o Dua Lipa sculettano in reggicalze con sotto la calzamaglia. Nah. Qui è tutto esposto e We’re All Stars Now, in the Dope Show.

Sweet Dreams ci spettina ancora e ancora e mi scassa dalla risate pensare a come un curioso ragazzo nei ’90s in fissa col Metal estremo e al tempo stesso con la Wave degli ’80s, abbia realizzato questo connubio alienante. La musica sa davvero fare dei giri clamorosi e se pare azzardato accostare una cosa ’80s all’Industrial Metal dei ’90s, pensate a quanto possa essere azzardato farlo con il Vaudeville. Eppure con The Golden Age of Grotesque ci riuscì al cambio di secolo, e funzionò talmente bene che (m)Obscene ci ha fatto ribaltare ancora ieri.

Il primo fine concerto arriva con la bella gente di The Beautiful People. Nemmeno ci si fa caso che ancora ascoltiamo qualcosa da Antichrist. 

The Beautiful People ormai vive di vita propria da anni; certo se poi la metti nel disco si eleva fino al livello di capolavoro di scrittura.

Il pensiero critico che disperato cerca di avvisare la massa su cosa sta per accadere e che alla fine si traveste e si mescola a loro, sperando di far arrivare il messaggio nell’unica lingua che riescono a comprendere. 

Questo era l’esperimento dell’Anticristo Superstar: il tentativo di dare una forma materiale a tutti gli incubi americani più profondi e morbosi e arrivare su in cima grazie al comune assenso e/o dissenso, tanto ormai non faceva più alcuna differenza. Quella superstar che prima ottiene l’attenzione dandoti quello che vuoi (o non vuoi) e quando sei suo ti dice quello che non vuoi sentire o che vuoi far finta di non comprendere

“Capitalism has made it this way. Old-fashioned fascism will take it away”.

E ieri ancora una volta sul palco: ti parla l’autore, la star e il mostro. 

E’ Brian, è Marilyn ed è Manson. Qui siamo al genio.

Ancora Antichrist con Tourniquet con tanto di trampoli come faceva nei ’90s e il primo bis scivola via con un pochino di fatica nella voce.

Il secondo è affidato a Personal Jesus che letteralmente incendia la Cavea e ancora una volta svolge bene il compito di esempio circa l’annosa questione, sui casi in cui la cover super l’originale. Ecco questo è il caso; eppure non era nemmeno così facile vista la statura del pezzo e la grandezza dei Depeche. Ma tant’è.

Per il terzo bis un sottile particolato da mondo post-atomico si libra nell’aria e il Manson più BoogieMan di tutti ci presenta con tanto di coltellaccio If I Was Your Vampire. Insomma ci lascia alla fine con una canzone d’amore… Certo amore a modo suo ma insomma ognuno alla fine fa quel che può per barcamenarsi in questo pazzo mondo. Compreso amare.

By Jimbo

 

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