Recensione: Messa all’Orion Club di Roma

Scritto da il 10 Febbraio 2026

I Messa all’Orion Club di Roma – 6 febbraio 2026.

Vorrei arrivare alla fine di questo report del concerto dei Messa all’Orion Club di Roma senza scadere in giochi di parole sulla religione. Certo, la tentazione di aprire con un “Hallelujah” e chiudere con un “Amen” è forte.
Quindi niente, il mio intento è durato da Natale a Santo Stefano. Ecco, ci risiamo.

Allora facciamo così: il report seguirà pedissequamente la struttura “canonica” della Santa Messa. Del resto – diceva qualcuno – l’unico modo di liberarsi di una tentazione è cedervi.  A quanto pare (ho dovuto gugolare…) la messa cattolica è strutturata così:

Riti di Introduzione:
Finalizzati a radunare l’assemblea e prepararla all’ascolto e alla celebrazione.
Comprendono il canto d’ingresso, il saluto, l’atto penitenziale, il Gloria e la colletta.

Assodato che la colletta abbia preceduto l’acquisto dei biglietti online, facciamo che il saluto – o meglio i saluti – siano stati quelli elargiti a millemila amici convenuti all’Orion. L’atto penitenziale è decisamente la ricerca del parcheggio.
A radunare l’assemblea ci pensano i romani Doomraiser e Shores of Null, incaricati di raffreddare (non è un typo) il pubblico al punto giusto. Il canto d’ingresso è (ahimé) il risuonare delle ultime note dei Doomraiser mentre facevo il mio ingresso nel locale, proprio a causa dell’atto penitenziale di cui sopra.

Liturgia della Parola:
Include il salmo, una doppia lettura nei giorni festivi, il Vangelo,
l’omelia, il Credo e la preghiera dei fedeli.

Lista lunga, ma che in nessun caso prevede il chiacchiericcio, spesso ad alto volume-e soprattutto quando la band è impegnata nei “pianissimo”- da parte di alcuni dei convenuti. Nel tempo mi sono fatto l’idea che questa usanza sia esclusiva dei non-paganti, altrimenti davvero non saprei più che pensare…

Liturgia Eucaristica:
Il cuore della Messa, che rappresenta il sacrificio di Cristo.

Oh! Finalmente si parla di Musica. Ebbene, i Messa sono un gruppo de Cristo, e se pensate che questa affermazione sia un po’ blasfema, allora avreste dovuto sentire alcuni dei commenti sulla qualità dell’audio stasera. Nei primi due brani, infatti (Fire on the Roof e At Races) la voce di Sara Bianchin è appena percettibile. Imperdonabile.
Per la gioia di tutti da lì in poi sarà un crescendo, sotto tutti i punti di vista. Infatti, bastano The Dress e Thicker Blood per trasportare il pubblico in un universo parallelo. Se su disco sono sorprendenti, dal vivo i Messa sono semplicemente impressionanti. Sara Bianchin è magnetica, persino regale nelle movenze e quasi sovrannaturale nella precisione con cui affronta i passaggi vocali più complicati. Alberto Piccolo, alla chitarra, non è da meno. Il suo assolo sulla Danelectro (!) 12 corde (!!) rimarrà una delle gemme della serata, e delle molte altre che verranno. Un piacere per gli occhi e per le orecchie. Blues e jazz fusi col metallo: sì, questa band è fatta di un’altra lega. Quanto alla sezione ritmica: avete presente quella scena de Il Signore degli anelli in cui Gandalf cerca di fermare il Balrog sul ponte di roccia? Ecco, Marco Zanin è il bas/s/tone magico, Rocco “Mystir” è il ponte di roccia. Insomma: da lì non si passa.
Sembra quasi che Sara e Alberto siano “costretti”, ognuno col proprio strumento, a superare vette vertiginose pur di stare affettuosamente alla larga da quel ponte e da quel bastone. Il risultato però è davvero magico, di quel tipo di magia che implica l’apparire di un demone del mondo antico fatto interamente di fuoco e fiamme, pronto ad afferrarti all’improvviso per le caviglie con la sua frusta fiammeggiante e trascinarti in un abisso infernale. È
proprio ciò che accade con la sequenza più doom dell’intero set: Pilgrim, Rubedo e Babalon, dal passato meno recente della band.
Una splendida versione di Immolation, Reveal e Void Meridian ci riportano invece al presente di The Spin.
Questo, per quanto riguarda me, è il momento della confessione. Ho iniziato ad apprezzare la band di Cittadella proprio con questo ultimo album, grazie anche e soprattutto agli espliciti riferimenti a Siouxsie and the Banshees e Killing Joke. Il loro live, in un certo senso, ci comunica anche che la strada che i Messa intendono percorrere sia proprio quella, ma di certo il quartetto non può far mancare l’inchino ai fan della prima ora, con Leah, Snakeskin Drape e l’encore di Hour of the Wolf.

Eccoci dunque ai Riti di Conclusione:
Nella messa cattolica constano di: benedizione finale e invio
dell’assemblea per portare la Parola nel mondo.

Dunque, il nostro compito è portare la buona novella a chi venerdì scorso non ha voluto o potuto partecipare alla funzione: i Messa sono un grandissimo gruppo. Inoltre, per quanto chi scrive non abbia neppure una vaga idea di cosa significhi provare orgoglio nazionale, il fatto di averli come “vicini di casa” un po’ il petto me lo fa gonfiare. Amen. Del resto, anche il loro disco d’esordio aveva un campanile in copertina, ma era semi-sommerso ed era qualche anno fa… Hallelujah!

By Stax

 

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