Recensione: More – Pulp
Scritto da Manuel Nash il 19 Novembre 2025
Invecchiare bene è possibile? Ne parliamo oggi con Jarvis Cocker e i suoi Pulp. Tranquilli, il mio account non è stato hackerato da Luciano Onder. Tuttavia, il nuovo album della band di Sheffield ci impone, in fase preliminare alla recensione, una riflessione sul rapporto tra rock (termine che utilizziamo come sinonimo ad ampio spettro di “musica popolare”) e invecchiamento.
Evidenze fattuali, generosamente raccolte nel corso dei decenni, dimostrano quanto sia difficile (leggasi: “impossibile”) prevedere con certezza la continuità dell’ispirazione in un artista. Non tutti possono permettersi un’uscita di scena col botto, come quella di Blackstar, il magistrale colpo di teatro di un Bowie mai stanco di guardare “avanti” che, con tempismo tragicamente perfetto e tra applausi commossi e scroscianti, ha fatto calare il sipario su una carriera da incorniciare. Eppure, in nome dell’onestà intellettuale,
dobbiamo ammettere come anche il Duca Bianco, in alcune sporadiche occasioni, sia stato mosso da una fretta forse eccessiva, che ha penalizzato (vistosamente) alcune sue intenzioni.
Allo stesso modo, non tutti i grandi devono per forza scivolare sulla classica buccia di banana (è proprio il caso di dirlo!) come è accaduto, ad esempio, al Lou Reed di Mistral. Potremmo passare ore a elencare esempi, sia virtuosi che negativi. Nessuno di essi potrebbe mai sciogliere il mistero genetico che regola il rapporto tra senilità e arte.
Oggi, liberi dal giogo delle fredde formule scientifiche, possiamo però constatare che Jarvis Cocker (dopo una parentesi solista rispettabilissima ma non emozionalmente indimenticabile) ha ritrovato, anche nei testi, tutto lo smalto istrionico dei momenti migliori. Giubilo sia quindi in tutto il Regno (non solo quello “Unito”) e birra gratis per tutti.

La scrittura, brillante e arguta come negli episodi migliori degli anni ’90, è sorretta dal consueto gusto per gli arrangiamenti sofisticati. Rispetto agli ultimi lavori in studio, la band opta questa volta per un’estetica saggiamente più snella, che non sacrifica la sostanza e, anzi, riesce a preservare e a restituire l’attitudine live delle session di registrazione.
Più urgente e diretto rispetto a We Love Life (pubblicato nel 2001 e prodotto da quel genio di Scott Walker), More merita un posto vicino ai classici della band, dei quali sfiora (molto da vicino) la rilevanza, grazie a un appeal dannatamente godibile.
I singoli “apripista” (siamo così passati da Medicina 33 a Super Classifica Show) avevano chiaramente indicato le coordinate di un album coerente e vivo, nel quale lo spirito autocelebrativo è sempre dosato con arguta autoironia.
Esemplare in questo senso è Got To Have Love, che, grazie a un’innata furbizia paracool, gioca con lo stereotipo disco kitsch dei Santa Esmeralda alle prese con la (geniale) cover di Don’t Let Me Be Misunderstood.
Uno scherzetto dal quale solo i veri fuoriclasse possono pensare di uscire non solo indenni ma addirittura rinvigoriti.
Tina, con la sua eleganza sofisticata, e Slow Jam, intrisa di un’uggiosa malinconia inconfondibilmente britannica, confermano che quello dei Pulp è un ritorno a casa semplicemente trionfale.
L’intera tracklist (sbalorditivo come non riesca a perdere un solo colpo) è una riuscitissima cena con gli amici del liceo che, orgogliosamente immuni dal grottesco boomerismo di tanti coetanei, danno concretamente prova di essere rimasti gli stessi inguaribili sognatori di trent’anni fa.
Tornando quindi alla domanda iniziale, la risposta è: si ma tutto dipende dalla capacità, in concreto, di saper alimentare il fuoco della curiosità, utilizzando la necessaria dose di passione.
Perché, citando le parole del disco:
“Without love, you’re just jerking off inside someone else.”
7.8/10
By Manuel Nash
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