Recensione: Sleep Token – Even In Arcadia

Scritto da il 27 Giugno 2025

Fresco di pubblicazione, il quarto lavoro degli Sleep Token, grazie ad un formidabile passaparola, è ormai l’album del quale tutti stanno parlando e che, devo ammetterlo, non avrei mai pensato potesse attirare così tanta attenzione, soprattutto a livello social.
La band inglese mescola con navigata diliDJENTza il metal contemporaneo (caratterizzato da ritmiche taglienti e nervose, propense a improvvisi cambi di direzione) con un’indole adeguatamente post-rock e vagamente goth (virata in direzione shoegaze), che flirta orgogliosamente con la trap (l’Autotune è incluso nel prezzo) e l’hip hop più impressionista. A completare il quadro, già vistosamente carico di colori, contribuiscono le incursioni in territori limitrofi a quelli dell’elettronica ambientale.
Ad esemplificare l’estetica del progetto ci pensa Caramel che, realizzando una fantasia inconfessabile, morde la mela del peccato originale e affida la ritmica di una fetta del brano al un tipico andamento dal reggaeton. Il miracolo sta nel fatto che il pezzo funziona egregiamente, al punto che sul finale c’è addirittura spazio per una digressione in odore di black metal.
Nella title track, addirittura, si riscontrano tracce di Bon Iver e Post Malone all’interno di una struttura che prova a impiantare il romanticismo nordico di Ólafur Arnalds nel DNA emotivo degli Explosions In The Sky.
A proiettare definitivamente i brani oltre i confini dei generi di riferimento ci pensa però la marcata sensibilità pop (si tratta di un complimento) che caratterizza la scrittura. È questa la spezia (dal retrogusto anche vagamente mainstream) in grado di amalgamare i sapori dei molti ingredienti che vanno a colpire il palato.
Devo tuttavia confessare che, proprio come il signor Creosote in un’immortale scena tratta da Il senso della vita dei Monty Python, l’ascolto dell’intero album mi ha lasciato con la sensazione di aver ingerito, mescolato in un unico smisurato piatto, l’intero menù di un ristorante specializzato in sapori (forse) eccessivamente elaborati.
Il giudizio di Pitchfork, fotografato da un impietoso 2.5/10, è certamente troppo severo, ma alcune delle criticità esposte dalla testata non sono completamente campate in aria.
Even In Arcadia è, con ogni evidenza fattuale, l’album giusto al momento giusto, capace di interpretare i bisogni contingenti di quella fetta di pubblico alternative (nell’accezione più vasta possibile) che era alla ricerca di suggestioni nuove ma capaci di suscitare emozioni familiarmente rassicuranti.

Sleep Token – Even In Arcadia

Al netto delle ovvie e macroscopiche differenze tra le due band, gli Sleep Token vanno a dama non solo grazie a uno sforzo eclettico degno di un olimpionico, ma anche dimostrando la capacità di intercettare una tipologia di tormento esistenziale/post-adolescenziale affine a quello dei primissimi Linkin Park.
A condizionare la rispettabile coesione del prodotto finale ci pensa però un’attitudine forse eccessivamente esibizionista, ai limiti del narcisismo produttivo, che sfocia in una sindrome del mischione. Per la serie:
Mamma, guarda quanto sono bravo a saltare da un genere all’altro.
Even In Arcadia è un album onesto, ottimamente realizzato e rispettabilmente furbo, ma nella frenesia di dar sfogo a un desiderio eccessivamente bulimico di contaminazione, crea in laboratorio degli ibridi non sempre realistici.
La band ha certamente alzato (troppo?) l’asticella e ora, non senza una dose di rispettabile coraggio, cammina su un filo sottile teso sopra l’abisso. Il prossimo passo potrebbe (notare il condizionale) tradursi in un balzo verso il paradiso o in una rovinosa caduta nel vuoto.
Anche il pubblico, già pronto a celebrare una santificazione decisamente prematura, farebbe bene a tenere i piedi per terra. 6.8/10
By Manuel Nash

 

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