Recensione: The Clearing – Wolf Alice

Scritto da il 1 Dicembre 2025

Se il nome Wolf Alice identificasse la ragione sociale di una ditta del settore edilizio, allora ci troveremmo qui per commentare l’esito di un’impegnativa operazione di radicale ricostruzione che, nonostante la pur recentissima costruzione, ha interessato la facciata un edificio di notevole pregio. La band londinese, già vincitrice nel 2018 (grazie al riuscitissimo Visions Of A Life) dell’ambito e prestigioso Mercury Prize, non ha tuttavia messo mano all’interior design. Certo, osservate dall’esterno, le linee architettoniche hanno perso ogni pur vago riferimento estetico allo stile gotico ed ora offrono un colpo d’occhio nettamente vittoriano, classico e al contempo familiare. Lo sguardo dei passanti, da principio incredulo, non si abbandona comunque a reazioni platealmente infastidite. A questo punto, ogni ulteriore considerazione viene inevitabilmente condizionata dal mero gusto personale. L’attitudine melodica e la scrittura di Ellie Roswell e compagni dimostrano tuttavia una piena continuità con un passato che non viene certo rinnegato ma semmai assorbito e accettato in quanto parte di un processo desiderato e necessario.

The Clearing palesa la necessità di far spazio, un processo che inevitabilmente presuppone la disponibilità ad abbandonare (o dimenticare?) il peso di ciò che improvvisamente percepiamo come superfluo. Forse i veri Wolf Alice sono proprio questi, finalmente liberi di assecondare un processo di crescita che non condanna la musica al patibolo di un’infinità adolescenza, progressivamente sempre meno credibile e fatta di abiti magari ancora scintillanti ma ormai stretti. In questa svolta classic (soft) rock non c’è tuttavia ombra di senilità precoce.

Chi ha avuto la fortuna di innamorarsi dei Cardigans di Long Before Daylight (2003) si sentirà istintivamente a casa. I Supertramp al rallentatore di Thorns e i Fleetwood Mac in trasferta americana di Safe In The World illustrano, con mirabile sintesi, i termini di una mutazione certamente spiazzante.

A tenere aperto un canale di comunicazione con la vita precedente del quartetto ci pensa Bloom Baby Bloom, azzeccatissimo primo singolo che ai Blondie di Parallel Lines sovrappone l’eleganza di una Kate Bush ancora esordiente. Just Two Girls sembra invece uscita da un’immaginaria collaborazione intergenerazionale tra Carole King e Clairo che, sedute al piano, evocano lo spirito di Karen Carpenter. Duole constatare che la seconda parte della tracklist sia nettamente meno riuscita della prima. Questo è il vero peccato originale della raccolta. Bread Butter Tea Sugar è un surreale tè delle cinque, con i Beach Boys che consumano l’intero vassoio di pasticcini e i Queen che cedono (con troppa disinvoltura) al fascino zuccherino delle zollette. A rialzare le quotazioni ci pensa la chiusura affidata a The Sofa, vera perla dell’intera raccolta, disegnata con la chiara fisionomia del “classico”. The Clearing è un (importante) album di passaggio che lancerà la band tra le braccia di un nuovo pubblico. Le idee sono già chiare. Attendiamo con fiducia che l’ispirazione prenda forme meno dispersive. 7.2/10

By Manuel Nash

 

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