Terra Incognita: intervista a Giuseppe Ielasi

Scritto da il 6 Luglio 2025

Vogliamo proporre qualcosa di nuovo tra le nostre pagine. Giuseppe Ielasi è senza dubbio uno dei contemporanei più interessanti degli ultimi anni, capace di far coesistere più generi e tecniche compositive con una capacità di sintesi unica, molto conosciuto e rispettato anche all’estero. Negli anni ha pubblicato dischi in compagnia di illustri colleghi e in solitaria, tra momenti di pura catarsi, episodi votati alla più spoglia musica minimale e pura astrazione. La foto di copertina è dello staff di Transmission Festival, che ringraziamo.

D: Scaldiamo i motori con le informazioni biografiche di rito: background, formazione, con che musica sei cresciuto e un classico immancabile: i tuoi dischi preferiti di sempre.

Cercherò di essere sintetico. Background da appassionato di musica e ascoltatore di dischi (pochi concerti, ho abitato a Reggio Calabria fino ai sedici anni, non ce n’erano molti), intorno ai tredici anni inizio a suonare la chitarra elettrica. Dal punk-hardcore al jazz all’improvvisazione libera. Sono autodidatta e mi sono laureato in ingegneria chimica (ma non ho mai lavorato come ingegnere). Alla fine degli anni ’90, con i primi dischi Mego, Mille Plateaux, Raster-Noton, inizio ad interessarmi alla musica elettronica e parallelamente alla musica contemporanea, classica ed elettro-acustica / concreta. In quegli anni ho anche aperto la mia prima etichetta, Fringes Recordings, che poi è anche diventata una distribuzione di dischi con mailorder, il tutto gestito da casa dei miei genitori, a Monza. Negli anni ho poi collaborato a Schoolmap, Bowindo e aperto Senufo Editions, adesso in pausa, insieme a mia moglie Jennifer Veillerobe.
Piuttosto che fare una lista dei dischi, te ne faccio una di gruppi e artisti, in ordine sparso: Hüsker Dü, Fugazi, Rollins Band, Bill Frisell, John Zorn, Jon Hassell, Derek Bailey, Evan Parker, Steve Reich, African Head Charge, Morton Feldman, Alvin Lucier, King Tubby, John Cage, Rolf Julius, Steve Roden, oltre ad un’estesa collezione di registrazioni etnografiche, soprattutto africane ed asiatiche.

D: Che rapporto hai con la radio? Non è più cosa rara che si parli di musica sperimentale, le sole Pangea, Loud!, Battiti e Fango svolgono un lavoro essenziale, hanno mai passato qualche tuo pezzo?

Purtroppo seguo poco la radio, a parte Radio 3, ma so che spesso hanno programmato miei brani. Mi piacerebbe avere più tempo per ascoltarne: purtroppo tra il lavoro in studio, soprattutto sul mastering e sulla mia musica, e l’ascolto di dischi (normalmente la sera tardi) mi restano pochissime occasioni.

Fiori Chiari, Fiori Oscuri by Alvin Curran

D: Con la tua Fringes Recordings, pubblicasti lavori di Eliane Radigue e Alvin Curran: è stato difficile avvicinarsi a loro?

Direi estremamente facile e piacevole, anche grazie a contatti di amici o incontri personali. Per il caso di Eliane Radigue devo ringraziare Elio Martusciello, che era già in contatto con lei per la pubblicazione dei due brani che poi sono usciti su Fringes, per Alvin Curran devo ringraziare invece Domenico Sciajno, che all’epoca era un suo stretto collaboratore.

D: Nel tuo ambiente le strade si incrociano spesso, nascono collaborazioni (split, collettivi) e perché no, amicizie: ve ne sono alcune che ti hanno arricchito, non solo musicalmente?

Tutte le collaborazioni, le amicizie e gli incontri sono stati importantissimi. Michel Doneda è stato il primo musicista “affermato” che mi abbia dato fiducia, lanciandomi nella mischia della musica improvvisata e resta ancora un carissimo amico. E sicuramente devo citare, con grande tristezza, il mio caro Dean Roberts, scomparso da poco, con cui ho condiviso viaggi, concerti, appartamenti, delusioni e gioie. Entrambi, così come molti altri, li avevo conosciuti invitandoli a suonare a Monza, milioni di anni fa.

D: Parlaci anche delle tue altre esperienze, vecchie e nuove: Schoolmap, Bowindo, Senufo Editions. Da cosa differiscono l’una con l’altra?

Differiscono in tutto, scelte musicali e grafiche, artisti, collaboratori, e allo stesso tempo sono espressione di una stessa idea. Riflettono chi ero in quel particolare momento, i miei gusti, i miei contatti e quello che mi sembrava interessante e rilevante da documentare; nella maggior parte dei casi si trattava di artisti che, all’epoca, avevano pubblicato poco o niente. Era un modo per essere attivo e propositivo, quasi sempre in perdita economica, e che mi ha permesso di essere parte di un network che per molti anni mi è sembrato molto vitale.

D: In che stato di salute vedi la musica oggi? 

Credo che ci sia sempre musica interessante, o almeno musica che rifletta il proprio tempo anche se non necessariamente mi piace. Ho i miei gusti, ho comprato moltissimi dischi, ne ho anche venduti molti, e sono chiaramente legato a molte cose successe negli anni ’90. Ho pochissima nostalgia e di conseguenza le ristampe non mi interessano quasi per nulla, o meglio mi interessano per ragioni di studio o di conoscenza personale, ma cerco comunque di ascoltare sempre musica ‘contemporanea’. E trovo che, ogni anno, di dischi interessanti ne escano parecchi. Ovviamente difficilmente riuscirò a provare l’eccitazione che ho provato 25 o 30 anni fa, con internet agli albori, le prime etichette indipendenti di musica elettronica, i primi tour e i macbook che andavano in crash in continuazione, ma non è grave.

D: A proposito di ristampe, “Rhetorical Islands” uscito originariamente più di dieci anni fa, e riproposto in vinile, è stata un’esigenza o una proposta che ti è stata fatta?

Una proposta di Jan Jelinek. Come dicevo, non amo le ristampe, e non l’avrei fatto uscire da solo. Ma Jan era molto interessato a quella collezione di brani ed era dispiaciuto che fosse quasi dimenticata e fuori catalogo. Ho accettato con piacere ma preferisco fare uscire musica nuova.

D: Nella tua vasta discografia ci sono vinili con incisioni, racchiusi in box, digisleeve di ottima qualità: quanto è importante la scelta del supporto fisico e il modo in cui presentare ciò fai?

E’ fondamentale, è parte integrante della narrazione e di come l’ascoltatore percepirà la musica. O almeno lo è per me, forse per chi è abituato al digitale lo è un po’ meno. Cerco sempre di avere il controllo su tutto l’aspetto visivo e grafico, scegliendo le immagini o realizzandole da solo, a parte qualche eccezione.

D: Questo genere è spesso considerato poco comunicativo: secondo te da cosa dipende?

Credo ci sia in generale un grande disinteresse verso una pratica di ascolto ‘attivo’ della musica. Nella maggior parte dei casi è un sottofondo (per cucinare, guidare l’auto, socializzare) ed è normale che si ricerchi un altro tipo di suono. Non è un problema per me: tante persone sono ancora interessate ad ascoltare dischi e concerti, in silenzio e concentrati; questa, per me, è una ragione sufficiente per continuare a fare musica. In questi casi, trovo che questo tipo di suono possa essere molto comunicativo, immersivo, intenso.

D: Quanto è importante il concetto di silenzio in ciò che fai? Mi colpì molto una tua affermazione “lasciare dello spazio e non invadere del tutto l’ambiente dell’ascoltatore“. Spiega anche il non dare, il più delle volte, un titolo alle tue composizioni?

Non credo di usarne così tanto. Ci sono dischi, in particolare i soli di chitarra, che hanno molte pause (spesso si tratta note che decadono con tempi molto lunghi o sequenze di accordi molto dilatati) ma in generale nel miei dischi c’è quasi sempre del suono. I silenzi potrebbero essere considerati suoni anch’essi, nel senso che fanno parte della narrazione e hanno un loro ritmo e un loro respiro. Non mi piace la musica che aggredisce l’ascoltatore ma prediligo quella che gli lascia appunto dello “spazio”, per riflettere, percepire altri suoni, respirare. I titoli dei brani non mi interessano invece perché non mi interessano mai i singoli brani; cerco sempre di lavorare ad album unitari, che siano semplicemente divisi in sezioni.

D: Chi propone questo genere penso debba farlo con una coscienza particolarmente intensa, riuscendo a dosare intimità e l’aspetto tecnico in modo perfetto. Possiamo parlare di responsabilità in questo senso, come se ci sia qualcosa di molto serio e importante da considerare, che va oltre l’ascolto e la musica?
Per quanto mi riguarda il tuo approccio è qualcosa che affonda a piene mani nei cassetti della memoria, rendendo inconscio e subconscio un’unica forza: è qualcosa a cui punti volutamente o prevale il flusso di coscienza indomabile?

Rispondo insieme a queste due domande. Lo faccio perché in entrambi i casi non sono in grado di darti una risposta molto elaborata o approfondita. Ogni musicista compone in maniera unica, molto soggettiva, e anche ogni ascoltatore è unico. Io faccio solo la musica che mi piace (ascoltare, suonare, registrare). Entro in studio al mattino, lavoro alla masterizzazione di un disco e, se mi resta un po’ di tempo libero prima di rientrare a casa, mi occupo della mia musica. Faccio pratica, assemblo e disassemblo vari tipi di setup in base alle necessità, registro, riascolto, mixo, edito, butto via quello che non mi serve. È davvero molto semplice, intuitivo. Mi chiedi se è molto serio ed importante: lo è totalmente per me, ma non deve esserlo necessariamente anche per te.

D: Poiché sei sempre molto impegnato su più fronti, per te il flusso di coscienza e/o l’essere prolifico, possono essere un’arma a doppio taglio in questi casi?

Non credo di essere particolarmente prolifico, ma ho delle routine molto regolari, passo in studio molto tempo (praticamente in orari di ufficio, dalla mattina presto alle sei del pomeriggio circa) e cerco di restare concentrato e attivo e di divertirmi sempre.

D: Cos’è per te la ripetitività in musica? 

La ripetitività, unita alla continua variazione (o meglio, micro-variazione) è uno degli aspetti che mi interessano di più in musica e che mi permette di immergermici. In molti casi “comporre” per me ha voluto dire scegliere un suono e lasciarlo vivere per un tempo appropriato.

D: Qual è la difficoltà più grande in fase compositiva?

Non saprei. Non ne ho; la grande difficoltà è sempre stata riuscire a capire che tipo di suono mi interessa esplorare in un dato momento della mia vita. La fase compositiva resta un piacere, un divertimento e una continua scoperta.

D: Tanti grandi nomi si affidano a te da anni per il mastering: cosa ti affascina di ciò e quale pensi sia il lavoro meglio riuscito e per quale motivo?

Il mastering è il mio lavoro giornaliero. Continua a piacermi molto, nonostante abbia alcuni aspetti molto ripetitivi. Altri aspetti sono invece molto specifici: credo che la cosa più interessante sia proprio riuscire a capire quali siano le necessità e le aspettative dell’autore. Non credo ci siano lavori meglio riusciti: l’importante è che l’artista sia contento del risultato (è il suo disco, non il mio, io cerco solo di aiutarlo a renderlo fruibile al meglio).

D: Hai già le idee chiare per i prossimi lavori? Ci sarà un seguito per il progetto Bellows?

La serie “An Insistence On Material” di cui è da poco uscito un primo volume proseguirà sicuramente. Continuo a registrare continuamente nuovo materiale e conto di selezionarne un po’ entro Giugno per pubblicarne una seconda parte. Così come continuerà la mia ricerca sulla chitarra sola, sia elettrica che acustica, anche se non ho ancora iniziato a registrare nuova musica. Anche Bellows proseguirà sicuramente, ma non so dirti molto di più: abbiamo registrato nuovi materiali nell’ultimo anno ma non sono ancora sufficienti per noi per poter finalizzare un lavoro.

 

A Radio Elettrica abbiamo bisogno del sostegno di tutti.

Se ti piace quello che facciamo… Sostienici!

 


Traccia corrente

Titolo

Artista

Background
WhatsApp chat